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La copertina del libro di Wanda Granata "Luci ed ombre
sul Bormida" |
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Giuseppe Cesare Abba
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Un immagine di Teresa Bracco |
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Un immagine della casa natia
di Teresa Bracco. |
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La
poetessa di Dego
Il nome di
Wanda Granata non sarà noto al grande pubblico,
ma la poetessa cresciuta a Dego
viene
ricordata con commozione in questi luoghi perché
con la sua arte ha saputo raccontare la vita e
le ricchezze dell’entroterra savonese. Wanda
Granata nacque a Dego il 3 aprile 1920 e
trascorse la sua infanzia a Cantalupo, in
provincia di Alessandria, insieme alla sua
famiglia. Ritornata nel paese natio dopo pochi
anni, si dedicò alla lettura, si sposò ed ebbe
dei figli.
Ancora molto giovane iniziò ad avere dei
problemi di salute che ne limitarono l’attività
manuale. La poetessa amava osservare la sua
terra e ne apprezzava ogni sfumatura, così
decise di non perdere queste sensazioni e affido
i propri pensieri alla penna, raccogliendo le
sue idee nel libro "Luci ed ombre sul
Bormida", una pubblicazione in cui racconta
la bellezza di questi luoghi, cogliendone
sapientemente i chiaroscuri che li
contraddistinguono. Wanda Granata morì a Dego
il 6aprile 1980.
Le
rive della Bormida
"Tre ciuffi di case, in una stretta di Val di Bormida,
formano il borgo di Dego; uno piantato su d’un
colle ronchioso, gli altri adagiati sulle due
rive del fiume, di maniera che quello della
sinistra ha metà delle case con le fondamenta
nell’acque. Passano queste e le rispecchiano
malinconiche; passa chi va per le sue faccende e
non bada; ma chi ha senso delle cose vive e
delle morte, coglie il paesaggio nella sua dolce
quiete, né lo dimentica più. E nei giorni
della stanchezza , se desidererà vagamente uno
dei luoghi veduti altra volta per andarvisi a
porre in pace, quello sarà forse il borgo di
Dego, forse una casa in uno di quei
vichi…" (Le rive della Bormida
1794 - di G.C.Abba)
E'
così che Giuseppe Cesare Abba descrive Dego nel
romanzo "Sulle rive della Bormida"
uscito a
puntate nella Gazzetta di Milano nel 1871 e in
volume nel 1875. Nella storia risulta vitale la figura del protagonista,
Giuliano, un giovane intellettuale , fin troppo
aperto alle idee giacobine provenienti dalla
Francia. Dovrà fuggire perseguitato dalla
giustizia del re di Sardegna e tornerà alla
natia Dego come medico militare dell'esercito
francese. Giuliano è un giacobino dolcissimo,
un uomo mite e malinconico, sensibilissimo,
sognatore, devoto agli affetti familiari. Egli
ama il lato nobile e costruttivo della
rivoluzione francese (idee di libertà,
uguaglianza e fraternità) e non vede gli
aspetti negativi (massacri, intolleranza...).
Giuseppe
Cesare Abba nasce a Cairo
Montenotte, in provincia di Savona,
il 6 ottobre 1838. Partecipa alla spedizione
dei Mille prima come soldato
semplice, poi come furiere maggiore e infine
come sottotenente. Si dedica agli studi e
riprende a scrivere. Instaura con Giosuè
Carducci un profondo rapporto di
amicizia. Abba nel 1875 compone un romanzo
storico "Le
rive della Bormida"
Incaricato di commemorare Garibaldi,
Abba legge in Campidoglio un lungo discorso,
davanti al re Vittorio Emanuele III. Nel 1910
Abba viene nominato senatore del Regno , ma
muore improvvisamente a Brescia nello stesso
anno.
La
storia del romanzo si accompagna a vicende
importanti e dolorose della vita di Abba,
tornato a Cairo dopo la spedizione
dei Mille. Giunto nel paese natio, Abba dovette affrontare le
lente, pigre e monotone giornate in un ambiente
spesso malinconico e talvolta ostile. Allora
egli si cimentò in ampie e distese descrizioni
di paesaggi. Abba si riconobbe nel
personaggio di Giuliano per una serie di
drammatiche vicissitudini. Don Marco può essere
identificato con Padre Canata. Tecla e la
signora Maddalena sono gli unici personaggi che
si richiamano espressamente alle figure della
madre e della prima sposa di Abba.
Il paesaggio delle Langhe costituì per Abba la necessaria
"zona di silenzio " per il cuore e la
memoria, dove le figure e le immagini si erano
affollate nell'immediata stagione del suo
ritorno dal Sud.
Teresa
Bracco
Penultima
di sette figli, Teresa Bracco era nata il 24
febbraio 1924 nel piccolo paese di Santa Giulia,
comune di Dego. Mamma Angela e papà
Giacomo, profondamente pii, furono il primo
esempio di fortezza cristiana, soprattutto
quando, nel 1927, seppellirono nel giro di soli
tre giorni due figli di nove e quindici anni,
Giovanni e Luigi. Una fede, la loro, duramente
sottoposta al crogiolo della prova.
Teresa potè frequentare la scuola fino alla
quarta elementare, perché a S. Giulia non
c’erano altre possibilità; con il suo lavoro
di pastorella cercava di contribuire al
sostentamento della numerosa famiglia
.La mattina del 28 agosto ’44, dopo aver
partecipato alla S. Messa, Teresa aveva trovato
un carico di letame preparato dalla sorella
Maria da andare a spargere nel campo della Braia.
Si era incamminata perciò verso il lavoro che
l’attendeva, ma dopo un po’ l’aveva
raggiunta la notizia dell’arrivo delle truppe
tedesche al suo paese, S. Giulia. Pensando
allora alla mamma rimasta sola sul posto (il papà
era venuto a mancare appena due mesi prima),
aveva abbandonato i suoi attrezzi di lavoro per
correre verso casa.
Trova durante il suo percorso le donne e bambini
del suo paese nella forra del Rocchezzo
(cercavano rifugio dal rastrellamento nazista) e
decide di unirvisi. Qui i tedeschi fanno purtroppo
irruzione sequestrando le donne più giovani,
fra cui pure Teresa, come bottino di guerra. Ma
lei non ci sta, per amore degli insegnamenti
evangelici la ragazza rifiuta energicamente di
sottostare alle voglie dell’ufficiale nazista
che l’ha presa con sé e cerca di scappare
attraverso il bosco; lui però la raggiunge e,
preso dal furore, la strangola, quindi le spara
un colpo di rivoltella al cuore e, poi, non pago
di tanta ferocia, col suo scarpone le sferra un
calcio alla tempia sinistra fino a sfondarle il
cranio.
Giovanni Paolo II l’ha elevata alla
gloria degli altari il 24 maggio 1998.
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